A TAVOLA CON ALASTAR

A TAVOLA CON ALASTAR

Gli Inglesi sono ossessionati dal cibo. Non importa di che nazionalità purchè cibo. Non c’è ora in cui un ristorante-caffetteria-bar-catena non abbia mandibole attive. Un business che è la prima voce del bilancio londinese. Se vuoi aprire un delicatessen vieni a Londra, potrebbe essere uno spot vincente da trasmettere in tutte le tv del mondo. La trafila è semplice: dalla piccola bancarella gourmand in qualche angolo remoto di Borought Market (tube London Bridge), non a caso ribattezzato “dispensa di Londra”, si passa ai “25mq di sapore” magari nel Whitechapel o a Belgravia per poi arrivare ad insediare le tre stelle Michelin di Gordon Ramsay. Una scalata che ha portato lo chef stellato Jamie Oliver (http://www.jamieoliver.com/shop) a creare il suo impero dei sensi e Antonio Carluccio (http://www.carluccios.com/) con i suoi “simple ingredients that hold their own” a colonizzare le tavole britanniche, salvo poi volare nel Kuwait e negli Emirati Arabi. Si è invece imbarcato per l’Italia Alastar Little, placido inglese-non inglese per affabilità e sorriso mediterraneo, che ha deciso di celebrare la sua passione per orecchiette e sugo di lepre in una gastronomia dedicata alla sua vocazione per i prodotti italiani sin dal nome. “Tavola” in Westbourne Grove 155 è una bottega dall’appeal domestico in cui culatello e bresaola, pecorini e burrate, paste e verdure sono a portata di palato. Dietro le quinte proprio Alastar che a cucinare il pollo alla Orvietana ha dedico anni della sua vita, trascorsi tra Marche, Umbria e Puglia. Qui torna ogni due o tre mesi per acquistare direttamente da piccoli produttori, ormai amici, gli ingredienti per preparare il menù “take away” per pigri londinesi della upper class. Ordinare la cena da Alastar è un privilegio di pochi, non solo per i costi – per una porzione del famoso pollo 10.50 pound e per poterlo assaggiare a casa propria se ne devono ordinare almeno sei – ma per la cultura del sapore richiesta. Il londinese della strada fatica ancora a comprendere la differenza tra un buon piatto che per di più non scende a compromessi con la presentazione e del fish&chips servito in una vaschetta all’angolo di una strada. Il proliferare di questi corner lascia però ben sperare, soprattutto l’esule. Non c’è nulla di più confortante che passeggiare tra le etichette italiane di capperi al sale e acciughe per sentirsi a casa. La vista si appaga e tutte le cucine del mondo si azzerano. Non me ne voglia Ramsay, ma l’Italian Kitchen è un’altra cosa.

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